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Dal Csv Salento un dossier sulla povertà: Venticinque mila salentini al limite della sopravvivenza

Alle vecchie forme di povertà, se ne aggiungono di nuove e intanto il Salento, tra ristrettezze economiche dei comuni e carenze di risorse da destinare all’attivazione di più incisive politiche sociali, è costretto a far fronte ad una dilagante e per certi versi inedita emergenza, che rischia di risucchiare nella spirale della povertà ceti storicamente immuni da tale piaga.

È quanto emerge dal dossier del Centro servizi volontariato Salento su «La sfida delle nuove povertà».
Basti pensare che sono 25mila le persone assistite dal Banco delle Opere di Carità. Si tratta di un dato impressionate, soprattutto se si considera che, solo sei anni fa, la cifra degli assistiti si attestava a meno della metà di quella attuale. Dall’indagine condotta dal Csv Salento, emerge un preoccupante quadro in cui le nuove povertà sembrano prendere sempre più piede, coinvolgendo famiglie monoreddito, donne sole con figli minori a carico, cassintegrati e persone che, avendo perduto il posto di lavoro, hanno dovuto rinunciare anche alla casa.
Uno dei fronti sul quale la situazione di disagio viene colta in tutta la sua drammaticità è quello alimentare, come testimonia l’alacre e massiccia opera di distribuzione di alimenti a cura della Caritas. Della povertà, il Csv Salento si era interessato già in occasione del Forum del volontariato, svoltosi lo scorso ottobre a Lecce.
«Lo scenario complessivo di impoverimento del territorio, con una crescita progressiva delle persone in cerca di occupazione dal 2007 al 2009, chiama in causa – spiegarono in quell’occasione i responsabili del Csv – anche la riduzione dei redditi delle famiglie e dunque il mercato del lavoro. A pagare uno dei prezzi più alti sono i giovani che, a causa della riduzione dei posti di lavoro e della crescente precarietà di quelli disponibili, si trovano senza potere contrattuale: si accettano così condizioni di impiego precarie e bassi salari pur di non cadere nel licenziamento e nella disoccupazione, minacce di fatto credibili. Il tasso di disoccupazione sul territorio provinciale, come emerge dalla Camera di Commercio di Lecce, risulta infatti nel 2009 pari al 16,2 per cento, contro il 14,5 per cento del 2007. E in base alle registrazioni presso i Centri per l’impiego della provincia di Lecce, negli anni dal 2007 al 2009, sono proprio i giovani tra i 30 e i 34 anni a risultare la fascia di età maggiormente in cerca di occupazione».
Non giova al territorio l’impoverimento culturale che da anni sta subendo a causa dell’emigrazione giovanile. Secondo i dati Ipres, sono 10mila i giovani laureati che hanno lasciato la Puglia nel 2009, nella speranza di trovare un futuro con maggiori certezze.
Tuttavia, in base all’analisi condotta dal Csv, i giovani emigrati dal Sud verso il Nord Italia rischiano di produrre rimesse negative e soprattutto di continuare ad essere mantenuti dalle famiglie di origine. Qui risiede, in parte, una spiegazione della contrazione della capacità di risparmio delle famiglie; una capacità, questa, che sembra sempre più essere riservata a chi dispone di redditi molto alti.
Tant’è che nelle banche si stanno diffondendo i cosiddetti «mutui finalizzati alla liquidità».
Le famiglie, cioè, chiedono soldi non allo scopo di comprare un bene, ma per arrivare alla fine del mese, far fronte a debiti assunti in precedenza e, in molti casi, aiutare i figli.
In evoluzione, invece, è la situazione sul fronte casa, dove i problemi sembrano manifestarsi con proporzioni maggiori su Lecce e in modo meno grave a livello provinciale. La situazione, purtroppo, non sembra migliorare. Come testimoniano i dati analitici contenuti del dossier sulle povertà che confermano, con maggiore precisione, quanto sin qui affermato.
«La nostra Provincia – si legge nel dossier – riflette, e in alcuni casi vede amplificate, le difficoltà di un intero Paese, che stenta a dare risposte a questioni concrete e soprattutto primarie, che coinvolgono la vita di ciascuno. In sei anni, sono più che raddoppiate le persone assistite attraverso il Banco delle Opere di Carità, cresce in modo regolare nella Provincia di Lecce il numero delle persone disoccupate e le famiglie con un solo reddito rischiano di scivolare nel disagio. In base ai dati dei Centri per l’impiego, poi, risulta elevato il tasso di precarietà, con il 75 per cento degli avviamenti registrati nel 2007 a tempo determinato. E l’emigrazione dei giovani nelle regioni del Nord spesso non li mette più al riparo dal bisogno di sostegno da parte della famiglia di origine. Nel contempo, si contrae la capacità di risparmio delle famiglie».
Resta, purtroppo, il nodo critico del rapporto tra amministrazioni locali, ancora legate ad una logica puramente assistenzialista, e volontariato. Le istituzioni, infatti, non sembrano in grado di riuscire a fronteggiare la questione in modo convinto e adeguato.
«E se sul territorio – continuano dal Csv Salento – fa fatica a concretizzarsi quel rapporto di rete di amministratori, enti locali e associazioni che consentirebbe di offrire soluzioni sempre meno assistenziali, le buone prassi, comunque presenti, sembrano tracciare una strada da seguire: promuovere il lavoro femminile, sostenere le idee e l’imprenditoria dei giovani, dare linfa ad una comunità che può crescere dal suo interno. Il lavoro delle associazioni di volontariato, delle parrocchie, della Caritas, mostra un bisogno di promozione, crescita e valorizzazione dell’individuo che sfugge a qualunque statistica».
Insomma, in attesa che giungano risposte puntuali dai rappresentanti istituzionali, l’unico argine al dilagare della povertà è rappresentato dal mondo del volontariato e dell’associazionismo che, nell’operoso silenzio, continua a spendersi senza riserve.

Sei persone su cento non hanno da mangiare

Il 6 per cento delle famiglie pugliesi è in condizione di povertà alimentare, nella sola provincia di Lecce sono circa 25mila le persone assistite dal Banco delle opere di carità ed in alcune mense si registrano «scene da dopoguerra».
«La richiesta di aiuto sul fronte strettamente economico, come su quello alimentare – si legge nel dossier curato dal Csv – arriva oggi sempre di più anche da chi non aveva mai avuto bisogno. Accanto al disagio più grave, più manifesto e conclamato, e presente da sempre nel tessuto sociale del territorio, compare quello, nuovo, più silenzioso e senza dubbio meno evidente, delle famiglie che, con un solo stipendio e sulle spalle un affitto o un mutuo, non riescono più a far fronte alle spese, delle donne sole con figli minori da mantenere, di chi sull’onda della crisi economica ha perso il posto di lavoro senza riuscire a tenere la casa, di chi ha subito le conseguenze di un divorzio o di un lutto.
Queste realtà espongono, oggi, il ceto medio ad un bisogno anche di tipo alimentare, a cui soprattutto il volontariato sul territorio cerca di andare incontro “offrendo un po’ di respiro” ad un reddito che appare insufficiente». Come evidenziato dal Csv, nel rapporto 2009 sulla situazione sociale del Paese elaborato dal Censis, la provincia di Lecce risulta al quarto posto, alle spalle di Palermo, Agrigento e Matera, in una classifica elaborata in base ad un indice sintetico di disagio sociale costruito a partire da 14 indicatori.
«Il rapporto Censis – continuano dal Csv – evidenzia anche l’aspetto della povertà alimentare, fenomeno definito relativamente nuovo, di cui nelle indagini statistiche si parla da due-tre anni e che, secondo un’elaborazione dell’istituto sui dati Fondazione per la sussidiarietà e Istat, vede coinvolte il 6 per cento delle famiglie pugliesi».
Per rendersi conto della dimensione del fenomeno, è sufficiente prendere atto del lavoro svolto dal Banco delle opere di carità di Puglia.
Il Banco, che ha sede ad Alessano, con un deposito a Squinzano per servire meglio l’area a nord di Lecce, recupera prodotti alimentari attraverso varie fonti di approvvigionamento, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, l’industria alimentare, la grande distribuzione organizzata, le iniziative come la raccolta alimentare e la settimana della solidarietà. I prodotti raccolti sono distribuiti gratuitamente agli enti assistenziali e caritativi convenzionati. Ad oggi sono già 208, erano 126 nel 2009, gli enti che, ricevuti i prodotti, li mettono a disposizione delle famiglie bisognose.
Si tratta di mense per i poveri, case di accoglienza, centri di recupero, comunità, Caritas parrocchiali, gruppi di volontariato vincenziano.
«Dal 2004 – dice don Lucio Ciardo, parroco di Tiggiano e presidente del Banco – abbiamo visto più che raddoppiare le persone bisognose. Oggi, nell’intera provincia di Lecce, sono circa 25 mila le persone che assistiamo attraverso il Banco. Tra questi, ci sono coloro che abbiamo sempre sostenuto, come le famiglie con difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale o che si trovano al di sotto della soglia di 800 euro al mese, in situazioni di povertà assoluta, e anche coloro che oggi si trovano in difficoltà ad arrivare alla fine del mese. In concreto, gli enti ci chiedono più sostegno alle famiglie, ma se prima bastava un sostegno “soft”, ora ce ne vuole uno forte».
Circa 4mila persone sono servite dal deposito di Squinzano, come conferma don Nicola Macculi, responsabile della Pastorale per le politiche sociali e il lavoro della diocesi di Lecce.
«Il deposito – spiega don Macculi – è attivo dal novembre 2009 e serve 5 comuni e 25 enti. Purtroppo, la tendenza è in crescita, segno che c’è una necessità legata a situazioni critiche sul fronte del lavoro».
Emblematica la situazione della zona 167 di Lecce, dove presta il suo servizio di parroco il direttore della Caritas diocesana, don Attilio Mesagne. Se prima a chiedere assistenza erano quasi esclusivamente immigrati, da qualche anno a questa parte ci sono anche italiani tra i nuovi poveri.
«Ci sono persone – commenta don Attilio – che hanno lavorato tutta una vita, ma si trovano senza nulla, uomini separati, ad esempio mariti proprietari di un appartamento che hanno dovuto lasciarlo a moglie e figli. C’è anche chi aveva un lavoro ed una famiglia ed era benestante, così come chi per dieci euro lavora tutta la giornata stando accanto ad una persona anziana o facendo pulizie. Sono tante le situazioni di questo genere. Le persone che frequentano le nostre mense sono italiane per un buon 25-30 per cento».
Nella chiesa di San Giovanni Battista, tutti i primi due lunedì del mese vengono distribuiti pacchi dono con pasta, zucchero, farina, latte e formaggio. Spesso accade che in una o due ore si finiscano tutte le scorte, con 250 pacchi distribuiti a persone che giungono dall’intera diocesi.
«È una cosa assurda – aggiunge don Mesagne – alcuni giorni sembra di assistere a scene da dopoguerra». Addirittura, nella mensa allestita dalla Caritas della parrocchia di San Pio, sempre a Lecce, vengono distribuiti alimenti solo a chi, a prescindere dalla nazionalità, dimostri di risiedere nel quartiere. La mensa è ben fornita, anche grazie ad un accordo con Ipercoop, e riesce a soddisfare le necessità di una cinquantina di famiglie. Il requisito della residenza nel quartiere, spiegano le volontarie Marisa Tamburretto e Anna Panzera, «è un modo per cercare di evitare che qualcuno provi a fare il giro delle parrocchie».

In duecento mila senza lavoro

Parlando di povertà, l’attenzione non può che ricadere sulla crisi occupazionale, sul precariato e sullo scarso potere contrattuale dei giovani.

«L’ultimo rapporto Swimez sull’economia del Mezzogiorno – fanno sapere dal Csv Salento – evidenzia, per quanto riguarda la Puglia, come il Pil nel 2009 risulti calato del 5 per cento rispetto al 2008 e l’occupazione segni una riduzione in termini percentuali del 3,8 per cento. Rispetto all’area provinciale, un riscontro abbastanza indicativo delle dinamiche in atto, pur se con il limite di non considerare il lavoro sommerso, si può ricavare dalle registrazioni effettuate presso i Centri per l’impiego di Lecce e provincia. Emerge, dai dati a disposizione, che nel triennio 2007-2009 la quota della popolazione in cerca di occupazione, includendo sia disoccupati che inoccupati, è cresciuta in modo regolare, passando dalle 154.724 unità del 2007 alle 197.954 del 2009, il che vuol dire, in termini percentuali, rispetto alla popolazione in età lavorativa, dal 22,16 al 26,65 per cento. Inoltre si evidenzia come la proporzione tra disoccupati e inoccupati tenda a sbilanciarsi ancor di più, nei tre anni presi in considerazione, a favore dei primi, che nel 2009 costituiscono ben il 72 per cento, pari a 142.629 persone del totale della popolazione in cerca di lavoro contro il 66 per cento del 2007».
Si tratta di dati sostanzialmente in linea con quelli della Camera di Commercio.
Le aree maggiormente colpite dalla disoccupazione sono Lecce ed il sud Salento, in particolare Casarano, dove la crisi del calzaturiero si è abbattuta sui livelli occupazionali come una scure.
Chi ha la fortuna di trovare un lavoro, molto spesso deve accontentarsi di una situazione precaria, come dimostra il fatto che gli avviamenti registrati nel 2007 sono stati per il 74,9 per cento a tempo determinato.
«Se il saldo tra avviamenti e cessazioni risulta positivo – fanno notare dal Csv – si mostra comunque piuttosto elevato il tasso di precarietà: per ogni nuovo contratto a tempo indeterminato ne vengono stipulati 3,59 a tempo determinato».
«La flessibilità e la precarietà del rapporto di lavoro – spiega il professor Guglielmo Forges Davanzati, docente di Storia del pensiero economico all’Università del Salento – rendendo credibile la minaccia di licenziamento, possono porre i datori di lavori della condizione di pagare meno. Di fronte ad un contratto a tempo determinato, in presenza di alta disoccupazione, l’unica possibilità è rimanere disoccupati o accettare le condizioni di impiego, e quindi anche i bassi salari».
Questo finisce con l’innescare un circolo vizioso che porta i giovani, soprattutto quelli con alto grado di scolarizzazione, alla disoccupazione volontaria, alla sottoccupazione intellettuale o all’emigrazione.
Secondo Unioncamere, però, l’ultimo semestre del 2010 ha fatto registrare dei segnali incoraggianti, con 1.398 imprese iscritte, contro le 741 cessate, dopo che, però, il saldo era stato fortemente negativo nel primo trimestre, con 1.604 imprese iscritte a fronte delle 2.406 cessate. Nonostante il dato del secondo semestre sia positivo, non è il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi.
«Il Salento – aggiunge il professor Forges Davanzati – è un’area periferica e desertificata sul piano industriale, giacché la concentrazione delle imprese tende a crearsi nelle zone centrali e più ricche. Questo determina, ancora di più dopo la crisi del Tac, un’ulteriore marginalizzazione dell’area, popolata da imprese di piccole dimensioni con alta incidenza di economia irregolare che esprimono una domanda di lavoro bassa e in cui i salari sono bassi e decrescenti e che sono caratterizzate per un accesso al credito più difficile e con tassi di interesse più elevati rispetto alle grandi aziende».

Carenza di alloggi. Alla disperata ricerca di una casa

Parlando di povertà, uno degli aspetti da tenere in considerazione è quello relativo alla casa. Il problema è maggiormente avvertito a Lecce, assumendo caratteristiche meno gravi nel resto della provincia. L’ultimo bando per l’assegnazione dell’edilizia popolare a Lecce risale al 1999, nel frattempo molti alloggi popolari sono occupati irregolarmente.
Del resto, il fenomeno delle occupazioni abusive degli alloggi e delle occupazioni di abitazioni da parte di chi non ha più i requisiti per risiedervi è noto sia all’Istituto autonomo case popolari (Iacp), sia al comune di Lecce.
Per altro, la legge regionale 54 del 1984 dispone che i Comuni provvedano con cadenza biennale all’espletamento delle funzioni amministrative in ordine all’assegnazione in locazione semplice degli alloggi di edilizia residenziale pubblica.
Lo Iacp è il primo gestore delle case popolari nella provincia di Lecce. Commissariato nel 2007, l’Istituto provvede alla realizzazione di programmi di intervento di edilizia residenziale pubblica e di recupero e nuova costruzione e relativa infrastrutturazione. Provvede inoltre all’acquisizione di immobili da destinare all’edilizia residenziale pubblica. La percentuale del patrimonio di alloggi di proprietà dello Iacp leccese occupati senza requisiti e che, quindi, dovrebbero essere lasciati liberi, si attesta tra il 25 ed il 30 per cento.
«Le strade per affrontare la questione – si legge del dossier sulle povertà del Csv Salento – sembrano correre su due binari: da un lato, contestualmente all’approvazione da parte del Comune di Lecce di un nuovo bando, una verifica delle situazioni di attesa e di bisogno sul territorio, insieme ad un serio controllo sulle varie forme di irregolarità tra occupazioni abusive e decadenza dei requisiti; dall’altro lato, la costruzione di nuovi alloggi».

Le famiglie chiedono aiuto. I Comuni non rispondono

I grandi assenti nella quotidiana lotta contro la povertà sembrano essere i Comuni.
«L’andamento dei Comuni rispetto al contrasto della povertà – recita il dossier del Csv Salento – mostra una situazione non facile, di stallo, accompagnata da alcuni tentativi di incidere in modo più efficace attraverso azioni fuori da una logica puramente assistenziale e di emergenza, per agevolare l’autonomia delle persone bisognose, la formazione, il lavoro, la riconquista di un ruolo attivo all’interno della società».
L’altro punto dolente sembra essere il rapporto delle amministrazioni locali con il volontariato che «tranne qualche buona eccezione, risulta assente o ridotto ad un supporto di Amministrazioni in empasse».
Ma qual è la situazione nel Salento?
Nel comune di Nardò, sono 2.280 i cittadini che nel 2009 si sono rivolti al servizio sociale. Il Comune, da parte sua, nel caso di famiglie a reddito zero, ha erogato sussidi periodici che oscillano dai 100 ai 250 euro per far fronte alle esigenze primarie.
Il Comune di Tricase, nel 2009, ha erogato 140 sussidi; quello di Copertino 353. Tuttavia, si tratta di interventi palliativi che, di certo, non risolvono il problema.
«Molti dei problemi che coinvolgono le famiglie – argomentano dal Csv – si riconducono di fatto alla precarietà lavorativa e alla questione della casa». Neppure emigrare costituisce più una garanzia.
A Monteroni, per esempio, sono rientrate molte persone che lavoravano al nord, non trovando più un impiego. Tornando nella propria città d’origine, infatti, si abbassa il costo della vita, ma diminuiscono anche le opportunità di lavoro.
C’è, poi, da registrare il cattivo costume di molti cassintegrati che, per non perdere l’indennità di disoccupazione, rinunciano a trovarsi un lavoro regolare o svolgono un’attività in nero. Si tratta di un problema particolarmente frequente nelle zone in cui la crisi del Tac ha portato con sé una scia di licenziamenti, come a Tricase, con Adelchi, e Casarano con Filanto. Anche chi riesce a trovare un lavoro, però, non è in grado di realizzare progetti a lungo termine. La casa di proprietà diventa un sogno e, poiché gli affitti sono elevati, molti si spostano nei vicini centri minori. È il caso di Tricase, dove gli affitti giungono a 400 euro mensili e ben 60 appartamenti dello Iacp sono ancora allo stato rustico. Molti tricasini, allora, decidono di trasferirsi nelle frazioni di Lucugnano o Depressa.
Stessa sorte è toccata a Monteroni, nonostante la politica di riqualificazione della zona 167. Gli affitti, infatti, risultano piuttosto elevati in virtù di una carenza di alloggi, anche a causa della forte immigrazione degli ultimi dieci anni.
Una politica di più ampio respiro per contrastare la povertà è stata adottata a Casarano e Monteroni con l’attivazione di borse lavoro e tirocini formativi retribuiti.
A Copertino, invece, si è voluto intervenire sulla promozione dell’occupazione femminile, indirizzando le casalinghe che vogliono lavorare ad ore per integrare lo stipendio del marito all’assistenza domiciliare per persone anziane e disabili. Il Comune, in questo caso, cerca semplicemente di fare incrociare domanda ed offerta. Tra l’altro, a Copertino, così come a Monteroni, è piuttosto elevata la richiesta di badanti, tanto che si starebbe pensando all’istituzione di un albo.
Paradossalmente, gli anziani, godendo spesso di una pensione e di una casa propria, non sembrano essere troppo toccati dal disagio, se non in casi di non autosufficienza.
Sul versante del rapporto tra istituzioni e mondo del volontariato, c’è ancora molto da lavorare.
In base al dossier del Csv, a Lecce le associazioni di volontariato sopperiscono alle lacune delle istituzioni. Il Comune di Tricase, invece, sembra non aver instaurato alcun tipo di collaborazione con il privato sociale. E se Casarano lavora con le parrocchie e le associazioni per la fornitura di beni alimentari e vestiario, a Copertino si lamenta un calo della solidarietà. Problema non riscontrato a Nardò, dove esiste un associazionismo molto dinamico. È Monteroni, però, il comune in cui la collaborazione con le associazioni, complice anche una convenzione con il Banco delle opere, si dimostra maggiormente vivace.

Un esercito di volontari in prima linea, giorno e notte

Ma come si muovono le associazioni sul territorio? Anche a questa domanda cerca di dare una risposta il dossier sulle povertà del Csv Salento.
«Il lavoro delle associazioni attive sul fronte povertà – si legge – è fatto soprattutto di presenza, ascolto, vicinanza alle situazioni di maggiore disagio. I volontari cercano di fare quello che possono con i mezzi che si trovano a disposizione».
Il quadro di riferimento emerso è quello tracciato dalle associazioni appartenenti alla Consulta povertà-terza età attivata dal Csv Salento che hanno partecipato all’indagine. Si tratta di Na Manu onlus di Ortelle, Centro di solidarietà Madonna della Coltura di Parabita, Casa di riposo San Vincenzo di Paoli di Lecce e del gruppo di Volontariato vincenziano di Galatina.
«Le associazioni aderenti alla consulta – continuano dal Csv – evidenziano la quasi assenza di un rapporto vero con i Comuni ed una penuria di risorse delle Amministrazioni rispetto a cui il volontariato può diventare un appiglio nell’emergenza».
L’analisi svolta ha evidenziato gravi problemi, pur tuttavia, nonostante la congiuntura negativa a livello nazionale, si intravedono spiragli di luce.
«Non mancano sul territorio – continua il dossier – buone prassi, capacità e professionalità, strumenti e potenzialità che, se sviluppati nell’ottica giusta, possono contribuire quanto meno a ridurre il disagio. La parte meridionale della provincia, i paesi e le realtà più piccole che la compongono, inoltre, godono ancora, rispetto ad altre aree del paese, di rapporti di solidarietà tra famiglie e vicinato che in molti casi evitano di far scivolare verso il disagio. È questo un punto di forza sulla cui base le comunità possono crescere dal loro interno».
Certo, sarebbe tutto molto più semplice se ci fosse una reale collaborazione tra pubblico e privato.
«Un’ottica giusta – argomentano dal Csv – sembra essere quella, di cui tanto si parla, ma difficile da mettere in pratica, del lavoro di rete tra imprenditori, terzo settore e amministratori del territorio. Un lavoro davvero condiviso potrebbe consentire di rimediare a risposte isolate di pura assistenza. D’altro canto, le risposte che il volontariato riesce a dare non potranno mai essere risolutive senza una collaborazione vera con le Amministrazioni che, come abbiamo potuto verificare, può concretizzarsi anche in un’epoca di penurie di risorse».
La diocesi di Ugento, ad esempio, ha cercato di dare risposte concrete a giovani, donne e disoccupati istituendo un fondo per il microcredito attraverso il «Progetto Tobia».
Dal canto suo, la Regione ha tentato di rilanciare il tessuto economico del territorio, favorendo l’inclusione sociale e lo sviluppo professionale della popolazione più debole sul mercato del lavoro, attraverso progetti come «Credito e inclusione sociale» e «Principi attivi». Degna di nota, l’iniziativa di don Gerardo Ippolito, parroco della parrocchia Santa Maria delle Grazie a Campi Salentina.
In sostanza, circa venti famiglie prendono in custodia altre famiglie che si trovano in situazioni di bisogno, diventando loro «tutor» in un percorso e in uno sforzo comune di fuoriuscita dalla povertà. Un esempio edificante di come sia possibile trovare risposte semplici a problemi complessi, convogliando nella giusta direzione energie e sforzi.

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